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Review (30)

Martha e Ingrid restano ancora sdraiate vicine sulle due coloratissime sdraio ai bordi della piscina alla ricerca del primo sole, in quella cornice da meraviglia, dove sembra impossibile sottrarsi all’abbandono o al sogno, anche quando la luce del risveglio si tramuta in un lieve nevischio che ha i colori del conforto e dell’addio.

Troppo bello e troppo semplice l’ultimo Almodovar.

L’ultima battaglia di Martha, giornalista su tanti fronti di guerra, è persa: ma con dignità e soprattutto nella piena consapevolezza di rimanere se stessa fino in fondo, capace del proprio destino e della dolce morte, questa volta vicino ad una persona cara che, nel rischio che comporta, si faccia carico della testimonianza alla figlia rancorosa eppure mai dimenticata.

Forse noioso e scontato nei monologhi che nulla aggiungono alla vasta letteratura (anche cinematografica) sul fine vita, “La stanza accanto” si trascina tra una costruzione di ricordi familiari dolorosi  e la ferrea volontà di Martha ad affrontare l’ultima battaglia nella quale è personalmente coinvolta ma che, stavolta, non può essere né filmata né divulgata: la malattia come il cancro nella sua fase terminale e l’ipocrisia di quanti dovrebbero invece regolamentarne la scelta a morire.

Forse Ingrid, affermata scrittrice, potrà ripercorrere la sua vita, grazie alla finzione/realtà che rimangono sempre le caratteristiche di ogni romanzo.

Certo nella vulgata che accompagna l’eutanasia non si è mai immaginato un eccessivo sfarzo di colori e di bellezza come quelli del film di Almodovar che, volutamente e da grande regista, ha voluto ammobiliare con gusto tutto ciò che comporta al contrario desolazione, solitudine e malattia, edulcorando eccessivamente una condizione per nulla “da copertina”.

I veri malati forse ringrazieranno se abbagliati da questa sovraesposizione alla luce del sole e alla bellezza, o semplicemente resteranno in sospeso nell’attesa di qualcosa di miracoloso, nel bene o nel male, come i personaggi del quadro di E. Hopper ("Gente al sole"), più volte inquadrato da Pedro Almodovar nella sua stanza accanto.

Rolando Iaria

Nonostante tutti questi anni di frequentazione di sale, rassegne, festival, occasioni varie di incontro, continuiamo a chiederci cosa sia il cinema, che in fondo altro non è, per dirlo in parole povere, che uno spettacolo che si rinnova. Ma cosa altro sia, se spettacolo soltanto o anche intervento sul presente ancora, nonostante tutto, non è chiaro. Forse tutto dipende da come ciascuno lo vive, se come rifugio dalla quotidianità o come parte della stessa quotidianità, diventando tema del presente anche il cinema del passato, del remoto passato, fino a quello delle origini e se è possibile ancora più indietro.

Crediamo che per chi ormai ci conosce, dopo 32 anni di attività, il nostro modo di intendere il cinema è quello rivolto ad una interpretazione del presente, tema non disgiunto dallo spettacolo che costituisce la forza originaria del cinema e la fascinazione speciale del racconto per immagini.

E allora forse poche volte come in questi anni, in quest’epoca di transizione il cinema diventa dispositivo necessario per estrarre dalla storia che stiamo vivendo - quella che chiamiamo cronaca e che diventa incalzante e che non ci dà respiro, che ci dà angoscia con le sue notizie sempre negative - il senso o il non senso dei nostri tempi. Tempi nei quali si sta transitando, tra mille fatiche e paure, guerre di confine, tragici esodi, intelligenza artificiale sostitutiva ormai alle porte, povertà in crescita e spaventose sopraffazioni, che l’orrore che si prova non è neppure sufficiente a manifestare il dolore davanti alla morte di innocenti.

Abbiamo per questo anche il cinema che ci aiuta a decriptare il presente fatto di disuguaglianze e diseguali segnali, segno di un progresso che si inceppa, a volte di un repentino ritorno ad un passato che vorremmo leggere solo sopra i libri di storia. Si proprio quel cinema che interviene con la sua carica di immaginazione, di realtà trasfigurata o di ineludibile immanenza. Quel cinema che immagina e ci fa immaginare un mondo diverso o manifesta, impietosamente, il nostro che ci è occluso o non vogliamo vedere.

È in questa prospettiva che quest’anno, per questa trentunesima edizione il titolo della rassegna Il presente diseguale è quasi venuto spontaneo, immediato, come una semplice didascalia sotto una fotografia.

Proviamo a raccontare in breve i temi della rassegna. Altrove, in questo stesso catalogo, abbiamo provato ad approfondirli avvalendoci anche e soprattutto delle esperienze e conoscenze di amici del nostro Circolo, nella dichiarata intenzione di radicare in varie direzioni le nostre relazioni, facendo diventare anche questo luogo, questa occasione, agorà di confronto di idee in un territorio dove questi spazi sono sempre più limitati se non inesistenti o quasi. Tema questo che avrebbe bisogno di una riflessione attenta e meditata per comprenderne le ragioni e gli effetti.

Ma in quella resistenza che ci distingue insistiamo nella volontà di diventare centro di un dibattito, con la provocazione di un cinema che rompe la stasi della quotidianità diventando inciampo e interruzione del consueto. Prendiamoli così questi e gli altri film, il cinema in generale per farlo diventare cinema vivente che interviene di soprassalto nelle nostre vite.

Sperimentiamo in questa nuova rassegna la scomposizione di un breve ciclo, due soli film - purtroppo i costi elevati ci obbligano ad un numero ridotto di film con un generale ripensamento della sua struttura così come finora l’abbiamo conosciuta - ma pensiamo che sia la loro qualità a segnare il ricordo, piuttosto che la quantità.

Il titolo del ciclo è esplicito Ecologia delle relazioni e si vuole provare a scrutare quanto l’atteggiarsi delle relazioni diventi forma di una più generale predisposizione alla possibile felicità, ad un possibile benessere dello spirito. Un anno difficile di Olivier Nakache e Eric Toledano, gli autori del pluricelebrato Quasi amici, in una commedia romantica e brillante esplorano il mondo della transizione ecologica, dello scontro tra culture che diventa incontro di solitudini, frammento amoroso sul presente non classificabile, tra desideri indotti e necessità di una concezione più spartana della vita che non sia di necessità, ma scelta convinta e determinata. Il secondo film del ciclo, ma l’ultimo della rassegna, è Il male non esiste di Hamaguchi Ryūsuke. Un racconto che indaga sulle dinamiche di una piccola comunità dove vigono le regole della natura che non possono essere infrante. Il film diventa il terreno della dialettica del presente tra invasività del progresso, soddisfazione di desideri indotti e violenza silenziosa contro l’altra dialettica quella imposta dalle leggi della natura il cui costo è altissimo. Un film che sconcerta per la sua potenza evocativa in una logica discorsiva che assomiglia ad una meditazione zen.

Le immagini scritte è il titolo del secondo ciclo, un doppio appuntamento che pone al centro del focus, anche di quello del Catalogo, il tema ampio del rapporto tra il cinema e i libri. I due film sono due esempi di come si possa indurre alla lettura, per fare scoprire il fascino delle molte vite che si possono vivere attraverso la lettura, come diceva Umberto Eco. È proprio il geniale filosofo e scrittore, studioso e immaginatore di mondi, scomparso qualche anno fa, ad essere protagonista del primo dei due film che proponiamo. La biblioteca del mondo è lo sguardo che Davide Ferrario ha gettato sulla labirintica biblioteca dello studioso piemontese dove una parte del suo appartamento, con vista sul Castello Sforzesco a Milano, era completamente dedicata ai libri che facevano parte della sua vita. Un film anche privato in quella violazione consenziente per raccontarsi agli altri. Tra provocazioni e divertimenti intellettuali, un film che sa acquisire l’immaginario dalle pagine di quei libri per riscriverlo e raccontarlo con le immagini.

Riteniamo che Aleksej German jr sia tra i cineasti più importanti tra quelli oggi in attività. Il suo è stato ed è sempre un cinema solido, ricco di una narrazione introspettiva, rispettoso della grande tradizione cinematografica russa, ma con lampi di geniale invenzione visiva. Sergej Dovlatov è stato uno scrittore russo emarginato dal regime comunista, tradotto ance in Italia, che purtroppo ebbe vita breve. Il Dovlatov - I libri invisibili di German non solo ci consente di scoprire uno scrittore di grande efficacia narrativa, ma ci porta dentro la sua vita un po' bohemien e della sua amicizia con il poeta premio Nobel Joseph Brodsky, anch’egli prematuramente scomparso. Un film che ha una forte personalità e un grande impatto visivo otre che narrativo, con una messa in scena originale che sottolinea da solo il lavoro di montaggio in una visione quasi orizzontale della storia contro la verticalità alla quale siamo abituati.

Il terzo ciclo dal titolo Diversamente figli, diversamente genitori nasce da quella necessità di gettare uno sguardo sul vasto tema della genitorialità, tra nuove pratiche di procreazione e le inevitabili polemiche sui profili etici di queste soluzioni, ma più largamente i tre film che abbiamo scelto lavorano sui sentimenti di identità e di affezione familiare. Indagini che si aprono con Amira di Mohamed Diab che nasce dalla stessa complessità dalla quale nasce il conflitto politico tra Palestina e Israele e questo film per nulla assolutorio per nessuna delle due parti, anzi problematico nella sua riflessione identitaria, se si vuole estremizza i temi di una divisione antica personalizzandoli nella figura della giovane protagonista, ma anche la possibilità di un doppio riconoscersi dentro i segni di due culture affini che reciprocamente si rifiutano.

DNA - Le radici dell’amore di Maïwenn è un racconto a tutto tondo sulla composizione asimmetrica di una famiglia, sulla superfetazione delle sue tradizioni e sulla impossibile riconduzione unitaria delle sue tradizioni. Una famiglia algerina a più voci in cui la tradizione, che diventa anche tradizione alla quale ispirarsi, viene diversamente interpretata.

Il ciclo si chiuderà con I figli deli altri di Rebecca Zlotowski che è un film passato ingiustamente in sordina, ma che oltre a confermare l’ottimo livello della cinematografia francese di questi anni, in grado di interpretare, anche sotto il profilo del rapporto sentimentale, la diversità dei nostri tempi con alcuni film - su tutti Saint’Omer di Alice Diop ma anche con L’accusa di Yvan Attal e trasversalmente qualcun altro - ha indagato con originalità sul ruolo dei genitori con particolare attenzione alla figura materna. I figli degli altri va di diritto iscritto in questo novero proponendoci un personaggio disponibile e aperto, capace di sopportare anche il dolore di un abbandono e con un sincero desiderio di diventare madre.

Una rassegna necessariamente più breve rispetto al solito. Ma anche questo è un segno dei tempi perché i tempi ci dicono che i costi sono aumentati a dismisura e divenuti insostenibili per una associazione come la nostra che, ci rendiamo sempre più conto, resta nel suo assetto economico un reperto del passato, pur intervenendo con costanza e dedizione esclusivamente sul presente. Le sette serate che trascorreremo insieme sono il punto di equilibrio per la sempre rincorsa autosostenibilità, quel punto cioè in cui la spesa prevista è compatibile con la previsione dell’incasso. Si tratta dunque di spazi, anche fisici, che si restringono, di occasioni di socializzazione che vengono sottratti in una città piuttosto immobile da questo punto di vista, lontana da ogni richiamo che sia legato alla cultura che non sia evento straordinario, ma solo quella quotidiana e pervasiva frequentazione di diffusione paziente di idee e di informazione. Dopo tutti questi anni - 32 quest’anno - siamo un po’ stanchi in realtà di lamentele, che restano inascoltate e irrisolte, segno di un totale, assoluto e colpevole silenzio da parte della politica rispetto alla necessità di vivacità culturale in città, buona a condire nella variante del green washing i discorsi e gli interventi, ma sfumando via i concetti, come le parole che restano solo tali e destinate a lasciare il nulla, come bolle di sapone eteree e colorate, ma senza peso e senza alcuna consistenza.

Tonino De Pace

Che Aleksandr Sokurov sia uno dei cineasti viventi più interessanti nel panorama del cinema internazionale, non è questione oggetto di discussione. Ogni suo film apre sguardi su mondi cinematografici che sembrano ancora non esplorati. Il suo cinema è in grado, quindi, di ricostruire lo sguardo dello spettatore, reinventando una dispersa magia del cinema. La capacità delle sue immagini di aprire gli occhi sugli abissi e sulla storia con una potenza visiva inusuale, diventa sempre ampia prospettiva di osservazione. Al contempo i suoi film dentro i quali ritroviamo un immaginario non replicato e non replicabile, sanno farsi indagine sui meccanismi segreti della storia, sulla dominazione come forma di espressione del potere. E il potere, a sua volta, nel cinema di Sokurov diventa gigantismo che si consuma nella sua stessa potenza, si elide in se stesso.

fairytaleI suoi film più famosi da Arca russa, autoctona cavalcata dentro la storia attraverso l’arte russa nello scenario di altrettanta magnificenza che è l’Ermitage, alla trilogia sul potere (Moloch, Toro e Il sole), quasi un trattato di storia recente dentro scenari a volte anche innaturali nei quali si perdono le coordinate spazio temporali per lasciare il posto ad altre modalità di percezione del reale, hanno segnato la storia recente del cinema.

È proprio su questo profilo che il cinema di Sokurov sembra attraversare, indenne, il tempo e lo spazio. Se infatti Arca russa è il gran film che in effetti è, questo accade perché quel museo, quei saloni, quella scenografia di imponente bellezza diventa universo espanso di un’intera nazione di immensa grandezza. La macchina da presa del regista sa trasformare il grande museo in universo sconfinato dentro il quale scorre la storia. Non solo immaginario cinematografico che assume i tratti del grandioso come in un sogno felliniano, ma il grandioso in sé che solo la macchina del cinema sa percepire. Per Fellini il cinema è costruzione dell’immaginario, per Sokurov l’immaginario esiste già ed è solo il cinema che sa catturarlo. Un immaginario che il regista russo identifica con l’arte, presente non solo nel film citato, ma centrale in Francofonia, ad esempio, dove il tema della sua salvezza e dei musei che la conservano durante l’ultimo conflitto mondiale si riflette sulla nostra stessa vita: Chi saremmo senza i musei, si chiede Sokurov nel suo film che racconta, quasi in un lontano e opposto parallelo ad Arca russa, la storia attraverso le vicende del Louvre, partendo dalla preoccupazione per una nave che naviga tra acque agitate con il suo carico di storia artistica nella stiva.

È in queste stesse prospettive che trova spazio nel suo cinema l’ultima sua laboriosa fatica Fairytale, visto in anteprima all’ultima edizione del Festival Locarno e più di recente passato anche sugli schermi del Torino Film Festival. Un’altra immaginaria cavalcata su qualcosa che forse già esiste e spetta solo al cinema scovarlo, un’altra incursione sulla storia e sul potere che l’ha dominata, un’altra consumazione e sgretolamento di quel potere che sembra disfarsi in un al di là dove tutto, finalmente, diventa verità.

Fairytale è una fiaba, una fiaba nera se si vuole, un cupo racconto dantesco che lavora in quell’oltrepassato confine che è l’esistenza umana. In uno scenario animato nel quale Sokurov prende a prestito le vertiginose scenografie di Piranesi, che ha inventato lo spazio verticale per le sue carceri, in quel gotico che bene si adatta alla smisurata potenza della sua immaginazione, per inserirvi i suoi personaggi, le sagome dei suoi personaggi - lavoro sul quale bisognerà per forza tornare - Hitler, Mussolini, Stalin e Churchill oltre che un Gesù Cristo stanco e deluso e una comparsa di Napoleone redivivo tra i defunti, primo interprete nel nuovo imperialismo. Ma si serve anche dell’immaginazione di Gustave Dorè che meglio di altri ha dato forma e tratto alle atmosfere infernali e son soltanto del poema dantesco. Disegni nei quali la grandiosità di paesaggi non terreni sembrava rimpicciolire le figure umane schiacciate dalle rupi e dalle acque infinite. In questo al di là dominato da Piranesi e da Dorè, in un costante dialogo tra scenario e storia, tra vita e morte, le quattro figure di ex potenti, ancora illusi di un loro dominio sulle folle festanti, sono viste ridotte alla loro essenza di piccoli uomini alle prese con giochini infantili, battute acide dell’uno contro l’altro, dominati da un ambiente che non è più terreno ed è già altra consistenza della prosecuzione della vita. Dominato da una costante ironia Fairytale smette da subito le vesti del film d’animazione, come viene innaturalmente e maldestramente definito, quasi un giochino minimo - e la sua uscita natalizia sembra avvalorare questa cattiva gestione del film - per diventare, invece, ulteriore lugubre riflessione sulla storia, soprattutto sulla storia di quella potenza che i tre dittatori, protagonisti e il leader inglese, hanno consapevolmente incarnato, per trovarsi ora, ridotti a sagome fluttuanti, nell’immaginario limbo che li accoglie dopo tanto spargimento di autocratica potenza.

Fairytale nel suo aspetto fiabesco è dunque sberleffo alla potenza e cupa riflessione sulla dittatura e al contempo durissimo giudizio storico che si aggiunge agli inappellabili giudizi che il suo cinema ci ha offerto sul tema. Le atmosfere dantesche in quella insuperabile immaginazione sospesa tra la nebbia di un invisibile mondo e la materialità eterea delle figure, sembra che davvero rivivano preparando forse quel film che Aleksandr Sokurov insegue da tempo e che potrebbe costituire, su queste premesse, davvero l’apogeo del suo cinema, quella Divina Commedia di cui questo film costato tre anni di duro lavoro, sembra anticiparne i tratti, cominciando a far vivere le atmosfere.

Qualche parola va spesa per questo lavoro così faticoso e difficile per giungere al risultato che si spera siano in molti a potere valutare. Sono state centinaia le ore di materiali girati su Mussolini, Hitler, Stalin e Churchill che il regista ha visionato, ore e ore di proiezioni dalle quali con cura e pazienza sono state isolate le sequenze lunghe o brevi che sarebbero servite al film. Sono state letteralmente estratte da quei filmati originali, si direbbe ritagliate, staccate e così ottenute riversate in Farytale. Un lavoro di adattamento dei movimenti dei soggetti di quelle sequenze ha completato la paziente opera di traslazione per conferire al movimento, così estrapolato dall’originale, una logica nuova all’interno del film.

Un altro complesso lavoro è stato quello del doppiaggio delle quattro figure dei protagonisti. Ciascuno di loro è stato doppiato nella propria lingua di appartenenza, compreso Gesù in quell’antico aramaico oggi quasi introvabile ed è stata dura la ricerca di un doppiatore in grado di sostenere la sfida. I nuovi dialoghi, frutto della scrittura del film e detti dai doppiatori, sono carichi di un’acida ironia in cui risaltano i tratti quasi puerili dei quattro personaggi storici. I sorrisi ai quali Fairytale induce sono di fatto una riflessione sulla dimensione che Sokurov attribuisce al potere e ai suoi interpreti.

Un lavoro che non è soltanto tecnica supportata dalla tecnologia, ma anche un’operazione che la dice lunga sulla grande visione della storia del geniale regista russo. Una storia che è contemporaneità, che è trasporto in questa nostra vicenda dell’oggi, una storia del potere che non è mai morta, che attende viva, sebbene sgretolata in un limbo. Una memoria che non può spegnersi per un cinema di immensa grandezza che non smette mai, con i grandi, di riscoprire se stesso e le sue potenti armi dell’immagi(nazio)ne.

Tonino De Pace

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Titolo originale: SKAZKA
Regia e sceneggiatura: Aleksandr Sokurov
Materiali d’archivio: Pierre-Olivier Barate, Alyona Shumakova, Yaroslav Klykov (coordinamento internazionale),
Denis Fedorin (lavorazione materiali storici)
Effetti visivi: Alexander Zolotukhin, Katerina Solovyova, Vitaliy Suvalov, Alexander Yefimov, Polina Ivanova,
Yuri Mokiyenko, Stepan Masychev, Evdokiya Bannaya, Dmitry Ushanov, Ekaterina Yermolayeva
Musiche: Murat Kabardokov - fantasie di temi di compositori europei, russi e sovietici del XIX e XX secolo provenienti dall’archivio personale di A. Sokurov, Extraliscio Primavera notturna di Mirko Mariani & Betty Wrong
Lingue: Aramaico antico, Francese, Georgiano, Inglese, Italiano, Tedesco
Cast: Winston Churchill, Adolf Hitler, Benito Mussolini, Iosif Stalin, Igor Gromov (Forza Suprema), Alexander Sagabashi e Michael Gibson (voce Churchill), Vakhtang Kuchava (voce Stalin), Lothar Deeg e Tim Ettelt (voce Hitler), Fabio Mastangelo (voce Mussolini), Pascal Silvansky (voce Napoleone Bonaparte)
Produzione: Intonations Production
Distribuzione: Academy Two
Belgio/Estonia/Russia, 2022
Durata: 78'

LUCE, VITA, CINEMA -

Cosa vediamo quando guardiamo il cielo? Vediamo la luce, è evidente. Ed è alla luce che aspira Alexandre Koberidze in questa sua magnifica opera seconda: What do we see when we look at the sky? È il film della trasparenza, l’ode alla flagranza del cinema rispetto all’esistere, la posa in opera di una libertà che fluttua nello spazio filmico costruito con straordinario istinto da questo regista georgiano, al quale già si doveva un folgorante esordio, Let the summer never come again. Koberidze trova i suoi film nella relazione con uno spazio filmico che arriva immediato, in pura e semplice risonanza con la sonorità della vita, ma è in realtà frutto di una composizione figurativa costante, precisa tanto nel comporre lo sguardo quanto nel lasciarsi distrarre dall’eventualità dell’esistere. Il Cinema è il vero corpo in scena nei suoi film e questa sua opera seconda ne è la conferma, elaborata com’è nella semplice potenza visiva trovata nel gioco di luci ed ombre, nella gradualità dei piani e dei campi, nell’approccio immediato alla contemplazione della vita che scorre per le strade di Kutaisi, 200 chilometri a ovest di Tblisi.

È qui che la fiaba raccontata da Koberidze prende forma, una storia d’amore negato per il malevolo influsso di un incantesimo, al quale solo il Cinema, in nome della sua purezza, può opporre resistenza. Ci sono infatti Lisa e Giorgi che, in un incipit in punta di piedi, si scontrano e si innamorano. Quando si ritrovano si danno appuntamento per la sera del giorno dopo in un bar lungo il fiume Rioni, ma il loro amore è oggetto di uno sguardo malevolo che lancia su di loro un terribile incantesimo: andranno a dormire e il giorno dopo si risveglieranno con un volto diverso e senza i talenti (la medicina per lei, il calcio per lui) che li definiscono… Così accade, infatti, e i due innamorati si perdono, anche se il destino li fa lavorare uno ad un passo dall’altra e il Cinema li tiene insieme, abbracciati dallo sguardo di Koberidze che, da buon georgiano, si diverte a ironizzare sul mondo e sull’amarezza del loro destino. E allora il film disperde segnali di vita nei cortili e nelle strade, si lascia distrarre dalle foglie che volano, da ragazzini che giocano a palla, dalle storie di quattro cani randagi, amici di vecchia data, che percorrono la città in cerca di un bar dove seguire le partite dei mondiali. La struttura del film si spinge così per l’intera durata dei suoi lievissimi 150 minuti in un flusso che si abbandona alla distrazione per focalizzare il suo vero soggetto: la vita che si offre al Cinema come struttura semantica. A cui corrisponde l’idea di un filmare che struttura la vita nella composizione di una narrazione semplice, immediata, libera.

Koberidze lo dice chiaramente nel finale: il suo è un cinema che trova le storie nell’esistente e che si affida all’accadere per puro principio vitale. La drammaturgia è un’ipotesi che si innesca laddove c’è bisogno di una narrazione per esprimere la flagranza della luce, la presenza del vento, il vociare per strada. Ciò che poi fa il miracolo è la capacità di questo regista di cogliere il rapporto tra l’esistere e il filmare, sicché i suoi film pure così semplici e vitali, sono in realtà dei sistemi estremamente precisi e filmicamente funzionali. Come dimostrava già il suo esordio, girato addirittura nella bassissima definizione di un telefonino di vecchia generazione, ma non per questo privo della medesima grazia compositiva che appartiene ora alle immagini più limpide, quasi lustrali, Cosa vediamo quando guardiamo il cielo?. Un film come questo è un miracolo che declama la vitalità del Cinema, qualcosa che tiene insieme la purezza ideale di Bresson, la ragione narrativa di Rohmer e l’ironia filosofica di Iosseliani. Un capolavoro che si offre con la stessa assoluta libertà dei film di Lav Diaz o la medesima potenza d’astrazione del Mariano Llinas di La Flor

di Massimo Causo [Duels, 25 giugno 2021]

Dal titolo certamente non ermetico, il secondo lungometraggio di Alexandre Koberidze è una fusione di generi, stili e forme, che accompagna delicatamente lo spettatore per quasi due ore, con coerenza ed equilibrio, confermando che il suo è un cinema che affonda nell’esistente (nel “Dasein” - nell’Esserci - per dirla alla Heidegger), che si affida all’“accadere” per puro principio vitale, e tale fiducia negli eventi si disvela anche in questa trama.

cosa vediamoLa studentessa in medicina nonché commessa di farmacia “Lisa” (interpretata dalla attrice non professionista Oliko Barbakadze) si scontra per strada con un ragazzo di nome Giorgi, che fa il calciatore (interpretato dal campione di braccio di ferro Giorgi Ambroladze), facendo cadere il suo libro, che lui raccoglie. In seguito, sempre nella medesima giornata, i due si rincontrano e decidono di uscire insieme la sera successiva. Tuttavia, accade che i due ragazzi cadano vittima di un “malocchio”, circostanza che ci viene descritta dalla voce narrante. Stando alla maledizione, il giorno successivo i due ragazzi si sveglieranno con un aspetto completamente diverso, senza più le loro qualità, quindi, non saranno mai più in grado di ritrovarsi. Infatti, Lisa (che adesso è mutata ed è interpretata dalla giovane Ani Karseladze) e Giorgi (anch’egli mutato e interpretato dal talentuoso Giorgi Bochorishvili) si svegliano come persone diverse. Entrambi sono scioccati, ma non hanno molto tempo per disperare della nuova e assurda situazione, perché la vita li pone repentinamente a fare i conti con le loro mutate fattezze. Inizia Lisa che, non potendo più lavorare in farmacia, trova lavoro come cameriera in un bar di proprietà di un simpatico vecchietto (l’attore Vakhtang Panchulidze). Successivamente, è Giorgi che, non riuscendo più a calciare adeguatamente un pallone per guadagnarsi da vivere, viene “accidentalmente” assunto dallo stesso uomo proprietario del bar di Lisa, tuttavia, adibito ad un’altra mansione. A questo punto, per quanto si possa essere tentati già a vedere questa fiaba finire felicemente, inizia invece un altro filone della storia, ove i protagonisti sono una troupe cinematografica, un regista, un direttore della fotografia e un fotografo, impegnati in un film in 16 mm, per il quale cercano coppie prese dalla vita reale da intervistare. Ma sia Lisa, che Giorgi, a questo punto della storia, non hanno avuto il ben che minimo contatto. Nella favola, successivamente, giunge il momento dei mondiali di calcio e tutta la Georgia li guarderà, incluso Giorgi, tifosissimo dell’Argentina e alcuni di cani randagi. Questa ultima circostanza rappresenta uno dei tanti meta-tocchi del film, in cui la voce narrante descrive quale cane farà il tifo e per quale squadra, tanto da ingenerare l’impressione di un documentario contestualizzato nella storia. Ma proprio alla fine dei mondiali, ed alla fine delle riprese del film, i due innamorati che si erano persi, anche se il destino li ha fatti lavorare uno ad un passo dall’altra per quasi tutto il tempo, si ritrovano grazie alla “verità” del Cinema.

L’opera denota un approccio registico che attinge elementi dai film muti, dal cinema degli anni ‘70 in senso lato, dal documentario osservativo e si potrebbe continuare ancora per molto nella elencazione tentando di descrivere tutte le contaminazioni presenti nella medesima.

Tuttavia, nonostante la ricchezza di ingredienti poetici e metaforici, il prodotto finale di Koberidze risulta essere un film caldo, coerente e romantico, quasi un elogio alla mitezza ed alla normalità.

Nel lungometraggio è presente anche un altro protagonista, che pare anch’esso essere mutuato dall’altro concetto caro alla filosofia heideggeriana: il tempo. Per quanto qualche elemento possa fare ricollegare la storia ad una epoca precisa, le informazioni fornite nel film non sono decisive nel risolvere i dubbi che via via sorgono nello spettatore, fra tutte quella che si evince dal nome della città in cui è girato il film, Kutaisi, effettivamente capitale della Georgia, ma di circa 900 anni fa, circostanza che concorre a farci oscillare tra realtà e fantasia.

Il risultato, in definitiva, è quello di un piccolo gioiello, cui hanno contribuito sia il lavoro di macchina da presa del DoP iraniano Faraz Fesharaki (un mix di digitale e 16 mm), sia il montaggio amorevole, giocoso e sicuro di Koberidze, cui va aggiunta la colonna sonora, elaborata e dai molti spunti originali, realizzata dal fratello del regista Giorgi Koberidze, tanto da ritenerla in tutto e per tutto una protagonista dell’opera.

Domenico Labboccetta

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Titolo originale: RAS VKHEDAVT, RODESAC CAS VUKUREBT?
Regia, sceneggiatura e montaggio: Alexandre Koberidze
Fotografia: Faraz Fesharaki
Interpreti: Ani Karseladze, David Koberidze, Giorgi Ambroladze, Giorgi Bochorishvili, Irina Chelidze, 
Oliko Barbakadze, Sofio Sharashidze, Sofio Tchanishvili, Vakhtang Panchulidze
Colonna sonora: Giorgi Koberidze
Produzione: New Matters Films, Sakdoc Film
Distribuzione: MUBI
Georgia/Germania, 2021
Durata: 150'
«L’amore non ha fine.
Una storia ce l’ha sempre.
Ora vedrete una storia d’amore.»

Riempire l’intaglio vuoto del puzzle in One second -

Zhang Yimou ama la Cina e dopo i fasti del wuxpian in cui l’idea di spettacolo era connessa a quella di una narrazione eroica, sullo scenario di un mito tra combattenti volanti e duelli infiniti, lo scomodo regista torna ad una storia che ridisegna un differente profilo del Paese e la sua macchina da presa guarda la Cina con un altro occhio, quello di una dissidenza ragionata, con l’intenzione di raccontarla attraverso un realismo viscerale, ma anche con una benevolenza quasi da neorealismo zavattiniano. Una storia divisa tra umorismo e dramma collettivo, che si stempera e diluisce nell’infinita bellezza degli immensi scenari naturali, nelle dune disegnate dal vento e dalla corona delle catene montuose, fondale eterno a quello sguardo che al confronto balena in un lampo. In questo paesaggio ceruleo e sabbioso Zhang Yimou demolisce il mito della Cina eroica, negli abiti poverissimi dei suoi personaggi, in quelle strade polverose del deserto. One second è una storia quasi invisibile, abitata da personaggi invisibili, che solo la sua macchina da presa poteva cogliere. Un film che perpetua il tempo utilizzando la pellicola come dispositivo della memoria, come sostitutivo dell’immaginazione.

Zhang Jiusheng è riuscito a fuggire da un campo di rieducazione. Non vede la famiglia da molti anni e soprattutto sua figlia. Si imbatte in una ragazzina che ruba un rullo di una pellicola da un trasportatore. La insegue, tra scontri ed equivoci, tra piccoli drammi e racconti familiari, tra attrazioni e respingimenti tra i due si arriverà a capire che Zhang Jiusheng sta cercando di vedere al cinema il Cinegiornale n. 22 nel quale, qualcuno gli ha scritto, compare anche sua figlia. Nel villaggio dove è finito proietteranno proprio quel cinegiornale. Se ne occupa come sempre Mr. Cinema, una specie di boss culturale che tiene in pugno i suoi compaesani affamati di cinema. Zhang Jiusheng sembrerà finire male, ma una piccola reliquia di celluloide con i due fotogrammi che riprendono la figlia potrebbero alleviare le sue sofferenze.

Zhang Yimou ha lavorato per raffinare il suo cinema e lo dimostra con questo film già pronto da tempo, che avrebbe dovuto essere in corsa alla Berlinale 2019. Venne misteriosamente ritirato dalla competizione e scomparve per due anni. è riapparso alla Festa del Cinema di Roma 2021, arrivando poi nelle sale italiane con un doppiaggio al limite del sopportabile (ci si domanda quando i distributori italiani capiranno che il pubblico è sufficientemente alfabetizzato per vedere un film con i sottotitoli).

One second diventa una riflessione sul regime cinese con un occhio benevolo, che però non tace di quella violenza del sistema che la storia ci ha raccontato e che il regista sa arricchire di quella componente quotidiana e popolare che fa crescere il disagio e fa comprendere i riti censori che hanno accompagnato il film.

Ma forse la partita che il film vuole giocare è quella trasversale riflessione sul tempo del cinema e della sua percezione. Nella piccola sala rurale si proietta finalmente e in esclusiva per Zhang Jiusheng il cinegiornale con l’immagine fuggevole della figlia quattordicenne. Zhang Jiusheng la guarda per cento volte, in un anello infinito di passaggi che colmano il vuoto della vita mancante, del pezzo assente. Il cinema sa essere surrogato nobile di un’esistenza negata o lontana. Zhang Yimou va ancora più a fondo e interiorizza il tema della memoria e della sua materialità. L’oggetto, la pellicola, Heroic Sons and Daughters il film di Wu Zhaodi del 1964 pezzo forte del cartellone, diventa il riflesso della storia del protagonista che cerca la figlia, in un rispecchiamento quasi da estasi e il fotogramma del cinegiornale, con l’iconica immagine della figlia, si fa peso specifico della memoria materiale, simulacro del ricordo, tassello dell’intaglio vuoto del puzzle della vita di Zhang Jiusheng. La materialità dell’oggetto e la materialità del ricordo e l’immagine che diventa soggetto sostitutivo.

È così che nel film si moltiplicano e si intrecciano i temi cui fa da collante quello ulteriore della impraticabile paternità, che getta la sua luce, come accade sempre, sulla cattiva o mancata paternità di uno Stato-Paese verso i suoi cittadini. Zhang Yimou indaga con sapiente circospezione sull’argomento, iniettando nel rapporto apparentemente antagonista tra i due protagonisti un umorismo sottile e bonario, ma raccontando al contempo la necessità e l’ennesimo vuoto della figura paterna.

One second è racconto densissimo di piste occulte e narra la consistenza della materialità di un cinema scomparso che si oppone alla fragilità di quello, oggi, smaterializzato. Un cinema digitale che non è vero che eternizzi la memoria, quanto piuttosto smette di diventare oggetto di culto o segreta trasparenza di una perduta rappresentazione.

Temi sovrapposti e raccordati in una storia nella quale si alternano divertimento e dramma, assetto sociale e rudimentale, ma invincibile, passione per il cinema, malinconia e rivalsa, memoria e presente.

Zhang Yimou apre scenari insospettabili e apre un nuovo corso al suo lavoro di regia in cui, ottimizzando il rapporto tra forma e contenuto, recupera anche il desiderio di cinema che vuole tornare a immergere la sua macchina da presa dentro le storie popolari, dentro una morale universale sulle tracce di un novello Zavattini, in cui la pellicola rubata diventa suppletivo controcanto della biciletta rubata.

Zhang Yimou torna ai suoi personaggi, alle sue Qiu Ju di La storia di Qiu Ju, Wei Minzhi di Non uno di meno, ai racconti più intimi e personali, distante da ogni immediata spettacolarità del cappa e spada cinese, ricco di segni umani laddove il cinema svolge il suo ruolo di costruzione di un insostituibile immaginario, cogliendo il frame in cui la vita della pellicola si sostituisce a quella reale, in una eternità che dura protetta dalla sabbia del tempo.

Zhangh Yimou

Titolo originale: Yi miao zhong
Regia: Zhang Yimou
Soggetto: dal romanzo One Second di Geling Yan
Sceneggiatura: Zhang Yimou, Jingshi Zou
Fotografia: Xiaoding Zhao
Scenografia: Lin Chaoxiang
Montaggio: Du Yuan
Musiche: Loudboy (Zai Lao)
Cast: Zhang Yi (Cattivo soggetto, Zhang Jiusheng), Liu Haocun (Orfana Liù), Fan Wei (Mister Film, Fan Dianying), Ailei Yu (segretario Cui), Shaobo Zhang (Piccolo Liù)
Produzione: Huanxi Media Group
Distribuzione: Fenix Entertainment - Europictures
Cina, 2020
Durata: 104'
 
RICONOSCIMENTI
Asian Film Award 2021: miglior film, regia, attore, debutto, compositore.
AACTA (Australia): miglior film asiatico.
 
Un batter di ciglia, un sospiro... quanto dura un secondo? Certo molto meno di un estenuante cammino nel deserto, di una prigionia dolorosa e ingiusta. Dura appena il tempo di far scorrere davanti alla lampada di un proiettore i 24 fotogrammi che conservano un sorriso perduto caro alla memoria, ma che può dar senso ad una vita.
 
Zhang Yimou, il più noto e celebrato regista cinese dei nostri giorni, ritorna nei luoghi della Cina rurale al tempo della Rivoluzione Culturale di Mao Zedong per filmare un’appassionata e affascinante dichiarazione di amore per il Cinema, quello girato in pellicola che richiamava il pubblico nelle sale delle metropoli come dei villaggi sperduti negli angoli remoti del mondo.
 
Autore eclettico ed esponente più noto fra i cosiddetti cineasti della Quinta Generazione, ha contestato gli stereotipi imposti in ogni fase della Storia dal potere, tratteggiando storie di donne e uomini che caparbiamente cercano la loro strada sfidando regole omologanti e spersonalizzanti. Con opere esteticamente raffinate come Lanterne Rosse e Vivere!, Yimou ha iscritto il cinema cinese nei palmarès dei festival più importanti e confrontandosi con generi diversi, dai wuxiapian come Hero e La foresta dei pugnali volanti, cinema epico d’azione, alle pellicole di genere bellico e fantastico ha raggiunto il pubblico più vasto in ogni parte del mondo. Ha fatto da apripista sugli schermi esteri per un’intera generazione di autori ma, nonostante l’apparente riconoscimento conferitogli con l’assegnazione della regia della cerimonia di apertura delle Olimpiadi 2008, non ha mai goduto in patria dello stesso successo e apprezzamento, al pari di altri suoi ottimi connazionali.
 
one secondOne Second è figlio di questa storia: è tratto da un romanzo della scrittrice Yan Geling (come già I fiori della guerra e Lettere di uno sconosciuto), nata in Cina ma da tempo residente in Europa perché figura non gradita in patria per essersi espressa criticamente verso le politiche dell’attuale Presidente. Non sorprende dunque che il suo nome non appaia nei credits. Peraltro, il film stesso è stato al centro di un mistero che ha intrigato i critici al Festival di Berlino del 2019, per il ritiro della pellicola poco prima della proiezione giustificato ufficialmente con difficoltà insorte in fase di post produzione. Dietro la lapidaria giustificazione molti sospettarono interventi censori che avrebbero costretto il regista a rivedere l’opera prima di presentarla al pubblico internazionale. Quale che sia la verità, per ampi che siano stati i tagli cui il film è stato sottoposto, One Second rimane l’opera perfettamente compiuta di un autore che ha un pensiero personale da esprimere, non un film di propaganda. Nell’essenzialità della storia - che in più momenti rende omaggio al cinema apparentemente ingenuo dell’epoca del muto - e nelle bellissime sequenze in cui la pellicola si mostra materia viva, da curare e trattare con il rispetto dovuto alle cose preziose, certamente Yimou non manca l’obiettivo di omaggiare il Cinema in tutta la sua essenza materica che si fa sogno e fascinazione quando la lampada illumina e magnifica le immagini. Quel Cinema che riempiva le sale di spettatori urlanti per l’impazienza di abbandonarsi all’emozione collettiva fin nei remoti paesini cresciuti ai limiti del deserto. Quello stesso Cinema che si faceva strumento della propaganda del potere attraverso la rappresentazione di vicende edificanti di eroi di guerra e studenti pronti a sacrificarsi con un sorriso per l’avanzamento del popolo.
Alla visione collettiva, che si traduce in lezione di patriottismo e sani principi somministrata dal bonario Mister Film, abile proiezionista e al contempo perfetto risultato delle strategie educative del regime, si oppone la solitaria ricerca del protagonista che, incurante di ogni altra cosa, appunta lo sguardo su quel secondo di pellicola che deve nutrire la sua solitudine, i suoi ricordi e i suoi rimorsi.
 
Egli è, come l’orfana Liù, un esito sbagliato dell’opera di educazione compiuta dal potere: un cattivo elemento. Entrambi infatti non partecipano dello sforzo collettivo con intenti determinati dal bene della comunità. Finendo con l’esserne vittime.
L’individuo e la società sono il terreno della critica, neanche troppo velata, degli autori. Osserviamo nelle scene di massa, ad esempio quelle dedicate al lavoro di restauro del film, la cui bellezza non può che restare impressa nella mente di ogni amante del Cinema, una comunità di uomini e donne che con ammirevole zelo si presta a condividere lo sforzo che porterà del bene a tutti, ma non ha un’anima solidale che brilla al suo interno. Lo comprendiamo attraverso la vicenda dell’orfana Liù e del piccolo fratello di lei che tutti conoscono ma di cui nessuno si prende cura: devono cavarsela da soli e, quando si mette male, gli zelanti ed operosi concittadini non intervengono a difenderli dalla violenza e l’arroganza dei bulli. Lo confessa il signor Film, rivelando il conflitto fra gratitudine nei confronti di colui che lo ha aiutato a salvare la reputazione e dovere di agire con lealtà verso la comunità, mettendola al riparo da colui che è stato riconosciuto un pericolo per essa.
Ma Liù e il Cattivo soggetto ci mostrano che c’è ancora spazio in questo immenso mondo, in cui non sembrano esservi strade tracciate che non siano piste rimodellate di continuo dal vento che cancella le orme degli uomini, per un sorriso spontaneo e un gesto rivelatore di attenzione e affetto.
 
Ornella De Stefano
 
ZHANG YIMOU (Xi’an/Cina, 1950)
FILMOGRAFIA
1987 Sorgo rosso (Hong gao liang)
1990 Ju Dou 
1991 Lanterne rosse (Da hong deng long gao gao gua)
1992 La storia di Qiu Ju (Qiu Ju da guan si)
1994 Vivere! (Huozhe)
1995 La triade di Shanghai (Yao a yao yao dao waipo qiao)
1997 Keep Cool (You hua hao hao shuo)
1999 Non uno di meno (Yi ge dou bu neng shao)
1999 La strada verso casa (Wo de fu qin mu qin)
2001 La locanda della felicità (Xingfu shiguang)
2002 Hero (Ying xiong)
2004 La foresta dei pugnali volanti (Shi mian mai fu)
2005 Mille miglia... lontano (Qian li zou dan qi)
2007 La città proibita (Man cheng jin dai huang jin jia)
2007 Guardando il film (En regardant le film), episodio di Chacun son cinéma
2009 Sangue facile (A Simple Noodle Story / San qiang pai an jing qi)
2010 Under the Hawthorn Tree (Shānzhāshù Zhī Liàn
2011 I fiori della guerra (Jin líng shí san chai)
2018 Shadow (Ying)
2020 One Second (Yi miao zhong)

Visti davanti, visti da dietro -

Le traiettorie dei corpi in fuga nei film dei Dardenne ci hanno costretto a seguirli, pedinarli, visti da dietro, così vicini da ascoltarne l’affanno di chi è finito in trappola e costretto a fuggire da quello stato di indigenza in cui è relegato, per riappropriarsi di una condizione sociale che ne riscatti la condizione e lo riposizioni nel mondo.
 
Tori2L’emancipazione è certamente il primo passaggio attraverso il quale ci si libera dalla catena di comando ma per i Dardenne non c’è solo il riconoscimento sociale a garantire il vero “progetto umano” capace di realizzare il pieno riconoscimento del sé; così come non vi è nella sola acquisizione della cittadinanza di un Paese libero la restituzione dell’intera dignità umana. L’avevamo visto già nel precedente Matrimonio di Lorna, nel quale la giovane protagonista albanese preferisce la fuga nella follia e nella morte, pur di non barattare la propria integrità morale con una cittadinanza belga macchiata di sangue del suo uomo.
La pensano ancora così i due fratelli cineasti?
 
Quell’Etica che attraverso il loro sguardo ci ha scaraventato nella nuda vita dei loro memorabili protagonisti e ai loro dilemmi, non basta a ricostruire quell’apertura che, successiva ad una resistenza tutta umana ( da Rosetta in poi), ci restituisce alla speranza dopo averci messo duramente alle corde?
Il cinema che guarda ai diritti come sola strada da perseguire, quello a cui ammicca Tori e Lokita, può sembrare allora un nuovo approccio dei Dardenne ad un cinema engagé, che merita rispetto senza dubbio, ma sembra limitare buona parte del loro precedente percorso cinematografico.
 
Lokita, è una giovane sans-papier in attesa di regolarizzare la “fratellanza” con l’adolescente Tori al quale è invece unita profondamente solo dalla fuga dallo stesso Paese.
Sono visioni frontali, queste, di un mondo clandestino e di colore che si affaccia come nuovo soggetto richiedente asilo e diritti nelle aule di giustizia insensibili alla sofferenza espressa nei volti dei due ragazzi.
L’inizio ricorda “Matrimonio di convenienza” col grande Depadieu in attesa della cittadinanza francese che “cade” sul nome della crema per il viso più volte concordato con l’aspirante compagna.
Il mondo visto davanti è proprio questo: l’esatta parola da pronunciare, scandita senza incertezze o varianti, al cospetto di una commissione giudicatrice, quel mondo del Diritto che non è esattamente il mondo dei diritti, ma delle regole e dei codicilli sui quali pontificano politici e uomini di legge.
 
A questo mondo non sembrava rivolgersi la coppia Dardenne, almeno sino a Tori e Lokita: era quello invece il mondo visto da dietro, in fuga e senza parole, capace però nelle espressioni più alte di aspirare alla sola vocazione profonda e umana, che non passa da un interrogatorio ma dalla spontanea assunzione di responsabilità (Il “c’est moi” del protagonista del film L’enfant) capace di dare forma e senso ad ogni azione.
L’Etica sembra ora, invece, cedere il passo alla legge che, per definizione, è generale ed astratta, non incarnata nei singoli ma nelle comunità di appartenenza : questa “distanza” la avvertiamo nel senso di colpa di Lokita, che perde persino i sensi se sospesa che tra la dura contingenza nella quale è relegata, e il suo spirito libero e sincero che ritroviamo in ogni parola con Tori .
E’ questo il messaggio apertamente politico, sul quale virano i due cineasti? Un cinema che si faccia carico di ogni ingiustizia e restituisca dignità attraverso l’auspicabile riconoscimento della carta dei diritti umani, di cui ognuno dovrebbe di fatto essere portatore?
I Dardenne sulla scia di Ken Loach?
 
Eppure anche in Lokita, nonostante le angherie alle quali è sottomessa sia dai criminali bianchi che dai “papponi” neri che l’hanno portata in Europa, ritroviamo quella forza a (r)esistere che era dei precedenti personaggi dei Dardenne e dei quali sentiamo ancora bisogno.Ma lo scenario questa volta sembra cambiato, forse perché frutto di un destino perverso e indifferente che la Storia odierna ha fatto suo .
Tra il mondo della vittima e quella del carnefice vi è un abisso difficile da colmare dallo sguardo dei Dardenne che si ritrae di fronte all’orrore di Lokita, colpita alle spalle, in fuga dopo aver messo in salvo l’unico suo motivo di vita: il piccolo Tori.
 
La fratellanza fortemente indagata dai giudici all’inizio, si rivela in-fine tutta in questo gesto etico che completa la vita della sans-papier Lokita e non certamente nel legame di sangue richiesto tra i due.
Fine della speranza, allora, nei nuovi Dardenne?  Sembra di si.
L’unica luce che rimane accesa è quella riflessa dal telefonino di Lokita nel buio dove è stata segregata, e dove solo Tori potrà raggiungerla.

Rolando Iaria

DI MEMORIE E DI TEMPESTE - La filmografia di Kore'eda Hirokazu -

Il cinema di Kore'eda Hirokazu è un tentativo di ripensare il tema del legame, gettando uno sguardo “umano troppo umano” sull’imprevedibilità delle relazioni umane, sull’eccentricità delle costellazioni familiari, sulla memoria come nucleo enigmatico dell’identità personale.

Ho detto di un surplus di umanità, perché lo sguardo di Kore'eda è caratterizzato da una sorta di intimismo dell’esteriorità, da uno scandaglio dell’animo umano nell’intrecciarsi degli incontri e delle separazioni; spesso si tratta di esistenze ai margini – come in Dare mo shiranai o nell’acclamato Un affare di famiglia –, talvolta di esistenze deragliate – si pensi al seminale Maboroshi no hikari o al doloroso Ritratto di famiglia con tempesta –, o persino di esistenze al di là della vita terrena – le anime nel limbo di Wonderful Life.

L’opera di Kore'eda utilizza differenti messe a fuoco per osservare il vissuto dei propri personaggi, privilegiando, per così dire, le “coscienze infelici”, alle prese con il difficile compito di dare un senso alle proprie vite incrinate. Ciò appare evidente fin dal lungometraggio di esordio, Maboroshi no hikari (1995), storia di una difficile elaborazione del lutto, per la persistenza della presenza (fantasmatica) nella vita della protagonista Yumiko del marito, morto in circostanze misteriose.

Se il ricordo della morte può “infestare” la vita, lo stesso ricordo, per Kore'eda, può di converso tenere in vita oltre la morte, come dimostra Wonderful Life (1998, anche noto all’estero come After Life): in una sorta di limbo, le anime dei defunti, aiutate da alcune guide soprannaturali, devono scegliere il proprio ricordo più prezioso per portarlo con sé nell’aldilà, come fosse un cortometraggio da rivedere all’infinito. In un’atmosfera onirica e rarefatta, Wonderful Life mette in evidenza la difficoltà di ritagliare dalla propria vita un istante di pura gioia, qualcosa da conservare per l’eternità.

Kore'eda, erede anche visivamente di una genealogia che include Ozu Yasujirō e Mizoguchi Kenji, non si sottrae da una rappresentazione, allo stesso tempo inquieta e contemplativa, delle contraddizioni della società giapponese: se Distance (2001) esprime la necessità di fare i conti con l’attentato alla metropolitana di Tokyo del 1995 ad opera della setta Aum Shinrikyo – raccontato da Murakami Haruki in Underground –, Kūki ningyō (2009, titolo internazionale Air Doll) esplora il topos della bambola animata, proprio della tradizione giapponese, così come le dinamiche di un eros alienato e della distanza interpersonale nella realtà metropolitana del Sol levante. In entrambi i casi, il filtro cinematografico mostra un tratto, per così dire, spirituale, perché in Distance il tema è quello della connessione tra sopravvissuti e morti, in Air Doll quello del “burattino senza fili” alla vana ricerca di calore umano.

È tuttavia nel tratteggiare le costellazioni familiari che Kore'eda mette in scena psicodrammi e commedie umane con un realismo che vorrei definire “poetico”. Non perché Kore'eda indulga al lirismo, né nei mezzi espressivi né nella sceneggiatura, ma piuttosto per la sua capacità di creare atmosfere emozionali attorno alla fragilità inemendabile dei rapporti umani.

È il caso di Aruitemo, aruitemo (2008, titolo internazionale Still Walking), esplorazione delle fratture interne di una famiglia, che si rivelano nel momento in cui una coppia di pensionati si ricongiunge coi figli in occasione dell’anniversario della morte del figlio maggiore. In Still Walking, si continua, appunto, a camminare, mentre la vita dipana incomprensioni e rimpianti.

È la stessa crisi insanabile che attraversa Umi yori mo mada fukaku (2016, titolato in Italia Ritratto di famiglia con tempesta), che vede i protagonisti costretti ad andare avanti al di là del naufragio di una storia: Ryota Shinoda può solo provare a trovare un modo per fallire meglio, nel lavoro, nell’amore, nell’arte, come padre.

Di fronte al collasso delle strutture familiari e relazionali, gli esseri umani provano ad attrezzarsi per continuare a vivere. È quello che sono obbligati a fare, in Dare mo shiranai (2004, titolo internazionale Nobody knows), i quattro figli piccoli di una madre che li ha abbandonati per inseguire l’uomo di cui è innamorata.

È chiaro che per Kore'eda la famiglia non è un fatto naturale, ma elettivo: è un crocevia di affetti e di scelte. In Umimachi Diary (2015, titolo internazionale Little Sister, tratto dal manga omonimo di Yoshida Akimi), ambientato nella splendida cittadina di Kamakura, tre sorelle accolgono nella loro vita la sorellastra adolescente Suzu, figlia del padre che le aveva abbandonate 15 anni prima per iniziare una nuova convivenza.

In Soshite Chichi ni Naru (2013, uscito nelle sale italiane come Father and son, Premio della Giuria al Festival di Cannes), due famiglie si trovano confrontate con una scelta difficile, a seguito di uno scambio di figli avvenuto alla nascita e venuto a galla dopo sei anni. Si tratta di dover scegliere se tenere il bambino che hanno cresciuto o riprendere con sé il figlio biologico. Dopo lunghe riflessioni e turbamenti, il legame affettivo prevarrà su quello genetico.

La consacrazione definitiva di Kore'eda, confermata dalla Palma d’Oro a Cannes, arriva con Manbiki kazoku (2018, titolo italiano Un affare di famiglia), in cui un gruppo familiare atipico non è tenuto insieme da vincoli di sangue ma dalla condivisione di un destino segnato dall’arte di arrangiarsi. È il magnifico ritratto di una famiglia improbabile e sgangherata, che vivrà di espedienti finché le sarà possibile.

Tuttavia, l’opera di Kore'eda resta incredibilmente variegata, come dimostrato da La Vérité (2019, giunto in Italia come Le verità), in cui il “quadretto familiare” è composto da una diva del cinema francese (interpretata da Catherine Deneuve) con la figlia sceneggiatrice, il genero attore e la nipotina. Il dramma dei rapporti interpersonali è qui inserito in quello che è anche un film sul cinema, con riferimenti anche stilistici alla Nouvelle Vague.

La vocazione internazionale di Kore'eda trova conferma nel suo ultimo lavoro, Broker (2022, al cui titolo originale è stato aggiunto in Italia Le buone stelle), primo film del regista in lingua coreana. Ancora una volta la storia di un legame atipico, tra un “broker” di buone azioni, il suo socio e un bebè abbandonato.

La miniera già ricchissima del cinema di Kore'eda continua a portare alla luce straordinari affreschi attorno all’imprevedibilità, densa di amore e dolore, del farsi, disfarsi e rifarsi delle relazioni umane.

Fabio Domenico Palumbo

Tra disagio e quotidianità -

Un interessante sguardo sul mondo della scuola lo ha gettato, pur in piena chiusura scolastica durante la pandemia, l’inosservato, ma meritevole, Marco Polo, un anno tra i banchi di scuola di Duccio Chiarini. Un’operazione di qualità che nella sua originale e compiuta forma esteriore, resta pregevole per le premesse e le conclusioni alle quali giunge. Un film che, scansando luoghi comuni sul mondo scolastico, sa lavorare con intelligenza sul progressivo e interattivo (tra allievi e docenti) crearsi della formazione scolastica.

Quanto al resto, in tema di convivenza scolastica e strutturazione dell’insegnamento, viene in mente, senza andare troppo indietro nel tempo, almeno La classe di Laurent Cantet che aggredisce il tema della convivenza tra l’insegnante e suoi indisciplinati alunni.

L’anno che verrà continua, quindi, nel solco già da altri tracciato, e si inserisce con autorevole piglio nel tema dell’istituzione scolastica. Lo fa con una sua propria personalità, con un taglio e un registro altrettanto originale, avvalendosi di un cast di qualità, nonostante si tratti di giovani attori non professionisti, ma reclutati dall’occhio attento del responsabile del casting. Si tratta di giovani che provengono dallo stesso quartiere dentro il quale si svolge il racconto, sapendo assorbire da quell’ambiente ogni utile suggestione che diventa pietra angolare del film.

Diciamo subito che L’anno che verrà, possibile traduzione del più aderente La vie scolaire, per l’ampiezza ancora più comprensiva che presuppone, sa essere piacevole e perfino divertente, nonostante i temi trattati siano drammatici, a volte tragici e comunque raccontino del costante disagio della gioventù della immediata banlieue parigina come è quella di Saint Denise. È qui che si svolge la storia e dove la troupe ha trovato la disponibilità di una vivace e innovativa dirigente scolastica che ha accolto con favore la richiesta di utilizzo della scuola.

Un film corale che inizia al principio dell’anno scolastico e si chiude con l’inizio delle vacanze estive. Nella scuola è arrivata la nuova e giovane insegnante che coprirà il ruolo di Vicepreside. La scuola ha le classi cosiddette NOP nelle quali, come in una specie di sostegno, si intensificano alcuni insegnamenti al fine del recupero degli allievi più disagiati, anche di quelli che soffrono del divario economico con i loro compagni. Samia la giovane Vicepreside arriva dall’Ardèche e scopriremo che ha anche altre ragioni per lavorare a Saint Denise. Il suo lavoro è quello di fare da tutor ai ragazzi instaurando, ove occorra, un legame con le famiglie. Ma in particolare la giovane Samia tiene d’occhio Yanis.

È proprio Yanis, interpretato dal giovanissimo ed espressivo Liam Pierron, il personaggio attorno al quale la storia, le storie, prendono forma e si consolidano. Yanis è un personaggio dalle molte affinità biografiche con Mehdi Idir, uno dei due registi ed è in questo microcosmo da periferia, a trenta minuti da Parigi con i mezzi pubblici, in un luogo in cui i ragazzi, in maggioranza di origine algerina e maghrebina in generale, vivono le loro giornate tra piccolo spaccio e immaginati progetti sul futuro. È in questa specie di artefatto e credibile realismo, spezzato da un ritmo mai interrotto che L’anno che verrà sa mostrare le sue potenzialità, la sua insospettabile introspezione in quel mondo che appare appena fotografato e che invece percepiamo nella sua integrità. È una specie di manifesta autenticità di ciò che si guarda a dare vita a quella linfa benefica che scorre nelle immagini e cattura l’attenzione anche dello spettatore più scettico. Idir e Grand Corps Malad - dietro il quale si cela Fabien Marsaud che ha acquisito questo pseudonimo a causa di un incidente che ha ridotto la sua mobilità - nella scrittura e nel lavoro sul set hanno saputo coltivare questa originalità quasi esclusiva, anche con la rilettura di tracce autobiografiche, conferendo al film quel taglio lieve pur dentro un’ambientazione in cui si sente il tema del disagio dal quale nascono le microstorie di cui è costellato.

È in questo ambiente che cresce e vive Yanis, turbolento, anche provocatore e maleducato nei confronti del suo (antipatico) professore. Ma è nel privato, soprattutto con il suo amico Fodé, che Yanis sa mostrare il suo vero carattere, il suo rapporto con le cose, la coscienza dei propri limiti, le difficoltà e lo scetticismo per un futuro legato al cinema. Yanis si fa protagonista di uno spaccato commovente nel quale il suo doppio atteggiarsi, tra l’immagine pubblica e quella privata, si evidenzia e l’immagine sa percepire il vero nella vitalità di quella spontanea emozione. Yanis mostra il suo volto e la sua esperienza sa diventare vademecum interpretativo del comportamento giovanile. Un’autocritica che raggiungerà il culmine nel finale del film e tutti questi comportamenti faranno ricordare quelli di Antoine Doinel. Anche Yanis fa il suo diavolo a quattro nella scuola e rischierà l’espulsione, ma il suo angelo custode, l’attenta Samia, e la sua naturale inclinazione ad una verità dalla quale non si può prescindere, veglieranno su di lui.

L’anno che verrà sa essere il film dei fatti quotidiani e nella sua ostentata e vera leggerezza, senza pretese sociologiche o interpretative dei fenomeni sociali, sa farsi portavoce di quel disagio che risiede nell’assenza di prospettive che, purtroppo, riguarda anche il mondo degli adulti. Il racconto di Grand Corps Malad e Idir smette mette di essere, o meglio non è soltanto, un film sul mondo della scuola, pur mantenendone tutte le caratteristiche, per diventare qualcosa di più ampio, un tentativo di guardare ai rapporti familiari di questi ragazzi, in particolare con i genitori in relazione alla scuola, ad esempio. Un rapporto che Samia sa costruire, nel rispetto, ancora una volta, di quell’equilibrio, indispensabile, tra esigenze dell’istituzione scolastica e ambiente sociale e culturale di riferimento. È l’attuazione fruttuosa del suo progetto che vede coinvolte costantemente le famiglie nella gestione degli indisciplinati comportamenti dei ragazzi, delle loro turbolenze che diventano così terreno comune di intervento, tra famiglia e scuola.

In questa insistita quotidianità, è forse proprio la gestione del mondo scolastico a diventare centrale, in quell’ottica di preparazione alla vita che il percorso didattico, interamente considerato, dovrebbe essere. Non a caso, i due registi, come essi stessi dichiarano, hanno scelto di raccontare il periodo scolastico e di vita corrispondente alle scuole medie. Sono quelli gli anni in cui la formazione dei ragazzi è più urgente e per converso, anche più difficile e sottoposta, come avviene sempre, alle numerose e insidiose sollecitazioni. È in questa ottica che il film sembra svolgere il suo ruolo con egregi esiti, in quel veritiero rapporto umano che soprattutto Samia e il professore Messaoud (Soufiane Guerrab), sanno instaurare con i ragazzi e nel loro, mai trascurato, né affievolito, tentativo di patteggiare e contemperare le esigenze della scuola con l’istintivo rifiuto dell’attenzione per insegnamenti che i ragazzi reputano distanti dalle loro reali esigenze che sono soprattutto economiche. Comprendere a fondo questa frattura è arrivare alla radice del malessere, non sarà forse utile a guarirlo, ma aiuterà ad aprire una prospettiva di sguardo differente in questi giovani così marginali rispetto all’impero, ma così vicini ai suoi nocivi effetti.

È su queste riflessioni che ci si accorge, al di là della sua piacevole visione, di quanto L’anno che verrà centri il tema di questi difficili rapporti, di come sappia tenere in straordinario equilibrio tutti questi profili, insistendo con leggerezza sul tema dell’interazione con l’articolato mondo dei ragazzi ai fini di un migliore funzionamento del sistema scolastico, soprattutto nelle aree più difficili, come le tante Saint Denise dei nostri luoghi.

È un comune sentire di cui L’anno che verrà, insieme al citato Marco Polo, un anno tra i banchi di scuola, sanno farsi cinematografica ed efficace manifestazione che forse Ministri, Dirigenti, Responsabili a vario titolo, allievi e genitori, dovrebbero vedere per ricostruire, su queste prospettive, il tessuto connettivo di un sistema di istruzione che sia adeguato ai tempi e alle esigenze per tutti gli attori e i protagonisti dell’ampio scenario.

di Tonino De Pace (sentieriselvaggi.it – 7 ottobre 2020) 

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