Martha e Ingrid restano ancora sdraiate vicine sulle due coloratissime sdraio ai bordi della piscina alla ricerca del primo sole, in quella cornice da meraviglia, dove sembra impossibile sottrarsi all’abbandono o al sogno, anche quando la luce del risveglio si tramuta in un lieve nevischio che ha i colori del conforto e dell’addio.
Troppo bello e troppo semplice l’ultimo Almodovar.
L’ultima battaglia di Martha, giornalista su tanti fronti di guerra, è persa: ma con dignità e soprattutto nella piena consapevolezza di rimanere se stessa fino in fondo, capace del proprio destino e della dolce morte, questa volta vicino ad una persona cara che, nel rischio che comporta, si faccia carico della testimonianza alla figlia rancorosa eppure mai dimenticata.
Forse noioso e scontato nei monologhi che nulla aggiungono alla vasta letteratura (anche cinematografica) sul fine vita, “La stanza accanto” si trascina tra una costruzione di ricordi familiari dolorosi e la ferrea volontà di Martha ad affrontare l’ultima battaglia nella quale è personalmente coinvolta ma che, stavolta, non può essere né filmata né divulgata: la malattia come il cancro nella sua fase terminale e l’ipocrisia di quanti dovrebbero invece regolamentarne la scelta a morire.
Forse Ingrid, affermata scrittrice, potrà ripercorrere la sua vita, grazie alla finzione/realtà che rimangono sempre le caratteristiche di ogni romanzo.
Certo nella vulgata che accompagna l’eutanasia non si è mai immaginato un eccessivo sfarzo di colori e di bellezza come quelli del film di Almodovar che, volutamente e da grande regista, ha voluto ammobiliare con gusto tutto ciò che comporta al contrario desolazione, solitudine e malattia, edulcorando eccessivamente una condizione per nulla “da copertina”.
I veri malati forse ringrazieranno se abbagliati da questa sovraesposizione alla luce del sole e alla bellezza, o semplicemente resteranno in sospeso nell’attesa di qualcosa di miracoloso, nel bene o nel male, come i personaggi del quadro di E. Hopper ("Gente al sole"), più volte inquadrato da Pedro Almodovar nella sua stanza accanto.
Rolando Iaria