Review

Review (30)

«Czarne oczka co płaczecie,
 że się spotkać nie możecie
Że się spotkać nie możecie, łojojoj /
Questi occhi neri che piangono,
che non possono incontrarti di nuovo
che non possono incontrarti di nuovo»
Dwa Serduszka

Di cosa parlano le storie, i canti, i film, le musiche, le opere in generale? La risposta in polacco risiede nella parola serce che significa cuore e che nel film di Pawlikowski viene pronunciata quasi subito da un’invernale ed enigmatica ragazza bionda di nome Zula.

cold warNonostante l’energia magnetica emanata dal viso di Joanna Kuling che la interpreta, durante un’audizione in cui canta un brano che inizia proprio con la parola serce, a renderla particolarmente affascinante è il modo sorridente di guardarla di Tomasz Kot (Wiktor), il musicista incaricato di riconoscere giovani talenti. Così prende avvio Cold war: un film che potrebbe tranquillamente rinunciare ad ogni dialogo che lo compone e scorrere ugualmente armonico in balia della musica – più precisamente del canto – e degli sguardi di Zula e Wiktor, l’uomo e la donna che formano la coppia di attori principali dell’opera.

Il canto ha il potere di svelare la natura intima di una lingua e spesso nasce nei luoghi più vicini alla terra, al suolo storico dove pulsa il sangue di un popolo. I canti popolari rappresentano, non a caso, uno spazio unico dove si rende possibile l’esternazione e la narrazione di qualcosa che spesso non può che essere cantato.

Cold war inizia e finisce in Polonia come suggerisce l’aggettivo inglese che lascia quasi percepire il clima freddo della nazione e si ambienta sulla soglia degli anni cinquanta del Novecento, conducendo lo spettatore ad intravedere molte delle impossibilità che hanno caratterizzato quel momento del secolo passato in più zone d’Europa. Mentre scorrono le dinamiche storiche, politiche e sociali della Polonia socialista del dopo guerra – ad occhi chiusi, adagiati sul vento che accarezza l’erba e dediti ad interrompere solo a volte il silenzio naturale dell’ambiente – Zula e Wiktor si promettono di essere insieme ovunque e fino alla fine del mondo, si promettono quello che è assolutamente richiesto agli amanti: di darsi interamente e senza fine come è necessario e impossibile fare.

Questo impegno emotivo del tutto spontaneo e a tratti inevitabile, appare sullo schermo come su uno sfondo vuoto di realtà; quando al centro delle riprese ci sono Zula e Viktor si ha quasi l’impressione di non essere più in Polonia, a Berlino o a Parigi, sembra di essere oltre la storia, oltre le cose, gli edifici, le ideologie o i doveri sociali. Si ha l’impressione di valicare quella soglia fragile ed invincibile dopo la quale si è soli e solo due come richiede tipicamente l’amore, soprattutto nei momenti in cui gli è dato di essere pieno e fluente come il corso d’acqua in cui si bagna Zula riprendendo a cantare la parola serce.

Il dualismo profondo e doloroso che rappresentano Zula e Wiktor si sviluppa in frammenti di vicinanza solo sfiorata, in allontanamenti di spalle come tentativi di lasciarsi indietro mondi e in brevi ritrovamenti che esplodono cauti solo in abbracci sfiniti. La loro è una storia d’amore tragica come – forse – lo è ogni storia d’amore che, secondo la sua natura, richiede di oltrepassare un confine; in un cammino per due è davvero difficile trovarsi alla stessa frontiera al tempo giusto e quando tutte le barriere sono davvero svanite.

Pawel Pawlikowski che di barriere psicologiche e sociali ci aveva già magistralmente mostrato molto con Ida, riesce adesso a proporre una narrazione per immagini che riempie il doppio livello della storia. Ciò che è identificabile per concetti riguardo alle vicende di relazione e potere più grandi, è reso con radicale coinvolgimento emotivo attraverso una piccola storia enorme. Il tempo e il mondo come nemici dell’amore più esigente ci accompagnano per le vie in cui le interiorità di Zula e Viktor si ritrovano sempre più scordate.

È così che quegli occhi giovanili e sornioni che conosciamo all’inizio del film li ritroviamo stanchi e perduti quando capiscono che il tempo e il luogo che avevano cercato ed atteso, ovunque e per sempre, non è che da un’altra parte.

Stefania Guglielmo

“Mutilavano braccia e gambe delle vittime, che erano consenzienti nonostante a volte finissero in sedia a rotelle, sostenendo che quelle lesioni erano la conseguenza di incidenti stradali, in modo da poter poi truffare le assicurazioni. Tra le vittime soprattutto malati e tossicodipendenti - Le vittime delle due organizzazioni erano per lo più soggetti ai margini della società: tossicodipendenti, persone con problemi mentali o dipendenti dall'alcol, soggetti in grave difficoltà economica, che attratti dalla promessa, mai mantenuta, di ricevere del denaro, davano il loro consenso a subire ogni tipo di violenza. Dalle indagini è emerso che in alcune situazioni i membri delle associazioni criminali somministravano in maniera rudimentale dosi di anestetico alle vittime, per tentare di ridurre e attenuare il dolore delle mutilazioni subite.”

Questa potrebbe essere la sinossi del film “Pietà” di K.K.Dook, Orso d’oro del 2013, ma è invece parte di una notizia di cronaca nostrana apparsa on-line l’8 agosto 2018 su TGCOM 24: storia nera e truce dei nostri giorni e non finzione come quella filmata dal regista coreano cinque anni prima, dalla quale sembra averne mutuato il misfatto, a conferma di quanto sia contemporaneo l’aforisma di O. Wilde secondo cui “la natura imita ciò che l’opera d’arte propone”.

La notizia sopra riportata, pur sconcertando, fa parte quindi della infinita narrazione nella quale ci siamo infilati sino al punto di non riconoscere il confine tra vero e falso, o per dirla con J. Baudrillard, i fatti   dai suoi simulacri. Ciò che realmente accade sembra oramai aver ceduto il posto ad immagini più vere del vero (il simulacro), più seducenti e spettacolari della realtà stessa che le ha generate. E’  avvenuto veramente l’attacco aereo su Baghdad nella prima guerra del Golfo del 1991, si chiedeva a suo tempo il pensatore francese, o le immagini della contraerea irachena era una spettacolarizzazione televisiva costruita ad arte a dimostrazione di come un evento storico possa essere manipolato?

Per estensione della percezione vero/falso appena citata, ma rimanendo in ambito cinematografico, possiamo persino chiederci se la vicenda del “Canaro della Magliana”, anno 1988, resta ancora credibile perché testimoniata a suo tempo dallo stesso “torturatore” De Negri agli inquirenti o ci appare oggi più plausibile la rivisitazione nel “Dogman”(2018) di Matteo Garrone che (liberamente) ne riscrive il profilo del personaggio e il deserto umano dove matura l’omicidio? Se l’effetto manipolazione appartiene alla natura del Cinema, quanto può quest’ultimo modificare la percezione che abbiamo su verità assodate, se poi ne condividiamo il ribaltamento dal vero al falso o viceversa dove il mostro allora  ci appare  diverso persino  simile a noi per indole e gentilezza?

Chiariamo subito che neppure in Dogman il suo protagonista è assolto né può rimanere impunito proprio perché il sangue versato (con o senza tortura) non può che estinguersi con la pena, eppure dalla visione del film avvertiamo una verità altra, sospesa, diversa da quella giornalistico-giudiziaria che già conoscevamo, una verità che appartiene al non-detto al non- pronunciabile né riconducibile alla sola narrazione del “canaro” e al suo tormentato racconto. Una verità che urlata nel buio si trasforma in eco, nel vuoto reale creato da una comunità indifferente al suo disperato richiamo.

Sono le immagini grigie del film, più eloquenti del testo, a renderci paradossalmente più chiara e vera la storia, quelle immagini capaci di intorbidire uomini e cose sin giù nel profondo del fondale marino prospiciente alla terraferma, trasformata in un unico pantano. Vivere lì, come vuole Marcello, parrucchiere per cani, cercando di “pettinare” altre vite contro-pelo è certamente impresa più ardua del rendere mansueti i molossi affidatigli, né può bastare il dono della grazia per le creature indifese, a esentarlo dall’offesa gratuita e dalla violenza bestiale che lo renderà vittima e carnefice.

Quella palude, in cui riconosciamo gran parte dell’attuale Storia italiana, obbliga non solo Marcello ma una intera comunità a rimanere in apnea e nel silenzio complice, squarciato solo dal ringhiare di uomini e cani.  Quell’assordante silenzio intervallato dalle urla di Marcello al quale tornano solo echi lontani ed indistinti di una comunità altrettanto colpevole ma schiva non solo al riconoscimento del sacrificio “collettivo” ma neppure al più semplice sentimento di umana condivisione. Resta, allora,  soltanto la muta solitudine scolpita sul volto dell’attore in quei lunghi minuti finali del film che restituiscono a Garrone  e a tutto il cinema italiano una forza tale da poter essere riconosciuta dalla critica internazionale, quella sì capace, di rispondere favorevolmente  agli echi dell’incredibile protagonista.

E di echi e di immagini, si nutre questo cinema. Voci basse che non hanno risposte e ci rimandano a diritti schiacciati o verità nascoste che solo la forza dello schermo a volte svela o anticipa, altre volte ricostruisce secondo quel “miracolo” che per Godard è il montaggio.

Diversi echi, diverse voci ascoltiamo ne “La casa sul mare” di Robert Guédiguian.

Non siamo più nel pantano di Dogman, tutt’altro, in uno scenario invidiabile, dove un gruppo familiare borghese e progressista è riunito nella vecchia casa del padre per assisterlo nella grave malattia che lo ha colpito. La malattia, però, con la quale devono fare i conti, non è solo quella dell’anziano padre, ma è un malessere più subdolo che viene da lontano e ha scavato nel profondo tutti i componenti  e persino  altri vecchi abitanti del borgo. Sono nodi dolorosi , frutto di perdite insanabili che il presente non riesce più a colmare, a tormentarne le esistenze.  Dimenticare le cose belle dando forse un taglio netto e avere il coraggio di abbandonare definitivamente quei luoghi dove la vita è diventata impietosa, sembra l’unica risposta al destino di una comunità un tempo felice, e che ora non osa esercitare neppure la memoria di quei tempi andati.

E così mentre aleggia l’ennesima sconfitta dei singoli protagonisti e la voglia di abbandono, l’evento che riesce a mutare quell’area mortifera, si concretizza nell’improvviso arrivo di piccoli naufraghi clandestini che, invece, in quel pezzo di terra hanno trovato riparo per se stessi e il luogo dove seppellire il piccolo fratellino annegato.

Se la Casa sul Mare ideata dall’anziano padre sembrava allora aver concluso il suo percorso di costruzione di vite libere (come quelle del borgo), l’arrivo dei piccoli naufraghi restituisce a quella stessa idea una storia e una nuova vita, altrettanto meritevole di essere percorsa. Una vita nuda e coraggiosa, per questo degna, dalla quale potere ripartire, una vita- contro che ha nomi di bambini stranieri e profughi, sulle cui giovani vite però si intuisce l’ultima scommessa per restare tutti vivi. 

Quelle voci all’unisono verso l’alto, a richiamo di chi non c’è più, di chi ci ha lasciato suo malgrado, è pari ad una preghiera urlata in un finale corale sempre più forte, che vuole svegliare coscienze sopite e restituire un nuovo senso a quei luoghi, a chi è rimasto, a quanti sono arrivati. Metafora di questa vecchia Europa davanti al bivio tra declino o rinascita? Forse no. Forse si.

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