Restare umani

Lunedì, 04 Febbraio 2019 10:41

COLD WAR – Andiamo dall’altra parte: la vista è migliore là

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«Czarne oczka co płaczecie,
 że się spotkać nie możecie
Że się spotkać nie możecie, łojojoj /
Questi occhi neri che piangono,
che non possono incontrarti di nuovo
che non possono incontrarti di nuovo»
Dwa Serduszka

Di cosa parlano le storie, i canti, i film, le musiche, le opere in generale? La risposta in polacco risiede nella parola serce che significa cuore e che nel film di Pawlikowski viene pronunciata quasi subito da un’invernale ed enigmatica ragazza bionda di nome Zula.

cold warNonostante l’energia magnetica emanata dal viso di Joanna Kuling che la interpreta, durante un’audizione in cui canta un brano che inizia proprio con la parola serce, a renderla particolarmente affascinante è il modo sorridente di guardarla di Tomasz Kot (Wiktor), il musicista incaricato di riconoscere giovani talenti. Così prende avvio Cold war: un film che potrebbe tranquillamente rinunciare ad ogni dialogo che lo compone e scorrere ugualmente armonico in balia della musica – più precisamente del canto – e degli sguardi di Zula e Wiktor, l’uomo e la donna che formano la coppia di attori principali dell’opera.

Il canto ha il potere di svelare la natura intima di una lingua e spesso nasce nei luoghi più vicini alla terra, al suolo storico dove pulsa il sangue di un popolo. I canti popolari rappresentano, non a caso, uno spazio unico dove si rende possibile l’esternazione e la narrazione di qualcosa che spesso non può che essere cantato.

Cold war inizia e finisce in Polonia come suggerisce l’aggettivo inglese che lascia quasi percepire il clima freddo della nazione e si ambienta sulla soglia degli anni cinquanta del Novecento, conducendo lo spettatore ad intravedere molte delle impossibilità che hanno caratterizzato quel momento del secolo passato in più zone d’Europa. Mentre scorrono le dinamiche storiche, politiche e sociali della Polonia socialista del dopo guerra – ad occhi chiusi, adagiati sul vento che accarezza l’erba e dediti ad interrompere solo a volte il silenzio naturale dell’ambiente – Zula e Wiktor si promettono di essere insieme ovunque e fino alla fine del mondo, si promettono quello che è assolutamente richiesto agli amanti: di darsi interamente e senza fine come è necessario e impossibile fare.

Questo impegno emotivo del tutto spontaneo e a tratti inevitabile, appare sullo schermo come su uno sfondo vuoto di realtà; quando al centro delle riprese ci sono Zula e Viktor si ha quasi l’impressione di non essere più in Polonia, a Berlino o a Parigi, sembra di essere oltre la storia, oltre le cose, gli edifici, le ideologie o i doveri sociali. Si ha l’impressione di valicare quella soglia fragile ed invincibile dopo la quale si è soli e solo due come richiede tipicamente l’amore, soprattutto nei momenti in cui gli è dato di essere pieno e fluente come il corso d’acqua in cui si bagna Zula riprendendo a cantare la parola serce.

Il dualismo profondo e doloroso che rappresentano Zula e Wiktor si sviluppa in frammenti di vicinanza solo sfiorata, in allontanamenti di spalle come tentativi di lasciarsi indietro mondi e in brevi ritrovamenti che esplodono cauti solo in abbracci sfiniti. La loro è una storia d’amore tragica come – forse – lo è ogni storia d’amore che, secondo la sua natura, richiede di oltrepassare un confine; in un cammino per due è davvero difficile trovarsi alla stessa frontiera al tempo giusto e quando tutte le barriere sono davvero svanite.

Pawel Pawlikowski che di barriere psicologiche e sociali ci aveva già magistralmente mostrato molto con Ida, riesce adesso a proporre una narrazione per immagini che riempie il doppio livello della storia. Ciò che è identificabile per concetti riguardo alle vicende di relazione e potere più grandi, è reso con radicale coinvolgimento emotivo attraverso una piccola storia enorme. Il tempo e il mondo come nemici dell’amore più esigente ci accompagnano per le vie in cui le interiorità di Zula e Viktor si ritrovano sempre più scordate.

È così che quegli occhi giovanili e sornioni che conosciamo all’inizio del film li ritroviamo stanchi e perduti quando capiscono che il tempo e il luogo che avevano cercato ed atteso, ovunque e per sempre, non è che da un’altra parte.

Stefania Guglielmo

Letto 216 volte Ultima modifica il Lunedì, 04 Febbraio 2019 10:54
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1 commento

  • Link al commento Paolo Lunedì, 04 Febbraio 2019 16:49 inviato da Paolo

    Il film, pur manifestando una potenza visiva notevole, registra però qualche squilibrio, tra la parte etnomusicologica e quella successiva all'attraversamento del confine tra le due Germanie. La storia d'amore prende il sopravvento, tra fughe e re-incontri, lasciando in disparte gli aspetti legati aI temi della guerra fredda, dell’ideologia comunista, del sistema occidentale-capitalistico, trasformandosi in una struggente love-story.

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