Restare umani

FIXEUR

REGIA: Adrian Sitaru

SOGGETTO: Claudia Silisteanu

SCENEGGIATURA: Adrian Sitaru, Claudia Silisteanu

FOTOGRAFIA: Adrian Silisteanu

SCENOGRAFIA: Gina Calin

MONTAGGIO: Mircea Olteanu

MUSICA: Ioan Filip Dan-Stefan Rucareanu

CAST: Tudor Istodor (Radu), Mehdi Nebbou (Axel), Nicolas Wanczycki (Serge), Diana Spatarescu (Anca), Andrei Gajzago (passeggero del treno)

PRODUZIONE: 4 Proof Film

DISTRIBUZIONE: Lab80

Romania\Francia, 2016

DURATA:100'

Fixeur locandinaNel 2016 il rumeno Adrian Sitaru ha realizzato due film che confermano le sue doti di cineasta con lo sguardo rivolto allo sviluppo di eventi nei quali il dilemma da sciogliere è sempre morale. Con Fixeur e Ilegitim Sitaru, ancora una volta, cerca un palcoscenico in cui mettere in scena le storie sempre caratterizzate da temi etici. Ci accorgiamo, guardando i suoi film, che non è l’evento a cui stiamo assistendo che ci interessa, quanto, piuttosto il tema intimo del film, quello che ne costituisce il baricentro.

Avevamo conosciuto il suo cinema nel 2008, con un piccolo, ma geniale, film, a suo modo dirompente e incredibilmente trascurato dalla distribuzione italiana. Pesca sportiva si affrancava da ogni cliché più o meno fondato sul quale sembra dovere necessariamente poggiare il cinema dell’est europeo. Si trattava di una misteriosa opera, girata in soggettiva, sufficientemente inquietante per essere un film drammatico e carico di temi esistenziali, quindi morali, celati in una storia che raccontava di un rapporto, ormai logoro, di una coppia di amanti clandestini.

Fixeur assume come tema fondamentale, ancora una volta, una questione morale che coinvolge i limiti dei media e la linea di confine che separa il diritto all’informazione dalla morbosa e invasiva curiosità di guardare dentro un orrore che però vogliamo (o almeno ci proviamo) a tenere distante da noi.

Di mezzo c’è il problema dell’etica dei comportamenti - e Sitaru, implicitamente ne fa una questione di etica dello sguardo -, c’è il difficile rapporto con i minori, c’è il tema della paternità, c’è, infine, il tema del confine tra ciò che è informazione e ciò che è invece soltanto una specie di inutile cupidigia dello sguardo.

Sitaru svolge il suo compito con perseveranza, con un’attenzione ricercata e il suo cinema si sviluppa dentro una linea di pensiero che assume la responsabilità dei comportamenti come evidenza di quella umanità che vogliamo riaffermare, di quel restare umani che ci induce ad aderire agli imperativi morali.

È per questi motivi che il cinema del regista rumeno è somigliante a quello istintivo di Kieslowskij. Così come accadeva nelle storie del maestro polacco, anche Sitaru si astiene da qualsiasi tono predicatorio o da ricercatore di un unanimismo di facciata, i suoi film non distribuiscono ammonimenti, dentro i fatti sono ripiegate con attenzione le proprie idee, il pubblico avrà il compito del giudizio.

Nonostante gli ambiziosi contenuti dei suoi progetti, il suo cinema continua ad avere un aspetto pienamente narrativo, con una fluidità del racconto che non sembra incepparsi neppure al cospetto di temi così profondi che lo innervano e lo rendono materia vivente e scottante.

Sitaru rende tangibile, su un piano di esistenza quotidiana, temi che occupano la sfera teorica e per questo solo apparentemente astratti e destinati alle altrui vite. I suoi film, Fixeur compreso, servono per riflettere su queste accidentate evenienze, mettendo alla prova il buon funzionamento delle (nostre) regole morali, personali e collettive. È così che il suo cinema diventa barometro etico, laboratorio attivo in cui si sviluppa una possibile graduazione della morale.

La verità, quella che conta, va ricercata nelle scelte, nella responsabilità e soprattutto si fa evidente nella misura del rispetto del superiore dettato morale. Per queste ragioni si diceva che per il regista rumeno la realtà sembra costituire un utile palcoscenico per mettere a frutto questa sua riflessione.

fixeur 3Fixeur diventa esempio di questo snaturato rapporto con la realtà. Tratto da avvenimenti accaduti, il lavoro di scrittura è servito per conferire a quei fatti quel valore etico che ha l’effetto di depurare gli eventi da ogni cronaca. Il film si fa quindi misura del grado di civiltà che possiamo assicurarci anche in una convivenza fra opposte opinioni, a volte così difficile da dirimere.

Adrian Sitaru a proposito di Fixeur, in occasione del Bergamo Film Festival, dove fu  invitato per una sua retrospettiva, dichiarò: “Non credo di potere cambiare l’umanità con Fixeur, ma di invitare le persone che lo hanno visto a chiedere scusa quando si è imposta la propria autorità su qualcuno di indifeso. In tempi di vero o falso suprematismo, forse anche affermazioni del genere rendono più umano il nostro sentire, ci riportano dentro una realtà nella quale non sentiamo il bisogno di scontri, di differenze e di steccati, ci bastano già quelli che abbiamo e necessitiamo di quella goccia di umanità della quale in troppe occasioni vediamo prosciugata la cronaca.”

Dunque, verrebbe da dire che, mutuando da Godard, il suo non è un cinema che parla di moralità, ma fa cinema in modo morale, là dove l’etica ha il sopravvento.

Argomenti così difficili da risolvere nella loro pura astrazione, ma resi concreti in un percorso di realismo che trova forma anche nel suo lavoro. Sitaru si affida di solito ad un solo ciak per ogni scena, confidando in una specie di fatalismo in cui in fondo si intravede che l’impianto delle sue storie piuttosto che su una assoluta adesione ad una ineccepibile realtà, si fondano su un procedere del reale in cui entra anche la casualità. Non è un caso che Fixeur sarebbe nato quasi come un film di non fiction e che conservi questa sua natura un poco ibrida. La travagliata elaborazione fa risaltare il ruolo dei suoi personaggi, ai quali l’autore conferisce sempre un notevole spessore psicologico utile a ricercare la soluzione al dilemma pur tra le vicissitudini delle proprie vicende.

In Fixeur, Radu è protagonista di due atteggiamenti opposti, è giustamente protettivo nei confronti del figlio, ma quasi senza scrupoli nel suo lavoro davanti all’abominio di un abuso. La sua metamorfosi è quasi commovente, come quell’abbraccio spontaneo tra padre e figlio, nel silenzio dell’audio.

È la vita, quindi, il palcoscenico in cui l’autore rumeno restituisce forma e dà sfogo alla sua necessità di un argomentare dialettico, lontano da ogni imposta razionalità, ma suggerito esclusivamente dalla riflessione sui fatti, un palcoscenico in cui le immagini e i dialoghi possano tradurre, in termini precisi e quasi didatticamente comprensibili, le questioni etiche che kantianamente ci accompagnano come il cielo stellato sopra ciascuno di noi.

Tonino De Pace

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy

Chiudendo questo banner o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all’uso dei cookie.