Restare umani

IL DUBBIO - UN CASO DI COSCIENZA

TITOLO ORIGINALE: No Date, No Sign (Bedoune tarikh, bedoune emza)

REGIA: Vahid Jalilvand

SCENEGGIATURA: Vahid Jalilvand, Ali Zarnegar

FOTOGRAFIA: Morteza Poursamadi, Payman Shadmanfar

MONTAGGIO: Sepehr Vakili, Vahid Jalilvand

MUSICHE: Peyman Yazdanian

CAST: Amir Aghai (Dr. Nariman), Navid Mohammadzadeh (Moosa), Hedye Tehrani (Sayeh), Zakieh Behbahani (Leila), Saeed Dakh (Ispettore)

PRODUZIONE: Mehr Taha Studio

DISTRIBUZIONE: 102 Distribution

Iran, 2017

DURATA: 104'

RICONOSCIMENTI

Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2017: Premio Orizzonti per la migliore regia

il dubbio locandinaCon il secondo lungometraggio di Vahid Jalilvand, vincitore nel 2017 del Premio Orizzonti alla Mostra del Cinema di Venezia, il cinema iraniano conferma la propria attitudine a cimentarsi con tematiche di largo respiro e ad offrire al pubblico internazionale immagini non consuete di un paese ricco di valori e contraddizioni.

Come già nel bel film del suo esordio, quel Un mercoledì di maggio, che il Circolo “Zavattini” ha proposto nell’ambito della scorsa rassegna, Jalilvand rappresenta una realtà urbana, dai caratteri non troppo dissimili da quelle del mondo cosiddetto sviluppato. È il velo indossato dalle donne a suggerirci che la realtà è quella di uno dei luoghi in cui alle conquiste dovute alla scienza non corrisponde, ad esempio, un pari avanzamento in fatto di uguaglianza dei diritti fra i sessi. È quella dell'Iran terra di contrasti che, se da un lato ci affascina con la ricchezza delle sue espressioni nel mondo della cultura e dell’arte, dall’altra ci lascia sgomenti per le repressioni che ancora oggi subiscono le menti non allineate. Il pensiero corre necessariamente a Jafar Panahi, collega di Jalilvand, e alle traversie che egli vive in nome della propria libertà di autore ed intellettuale.

A ben guardare, del mondo rappresentato da Jalilvand ci colpiscono da subito le differenze sociali, forti e brutali, le stesse che purtroppo oggi attraversano ogni paese avanzato, con differenti declinazioni. 

Spettatori che realmente poco sanno della realtà iraniana presente, ci lasciamo guidare all'interno di una storia che principia con accadimenti banali e quotidiani, per assumere, attraverso l’accelerato affastellarsi di situazioni fuori dal diretto controllo di coloro che ne sono causa e vittime, dimensioni sempre più drammatiche.

Mantenendosi fedele all’impronta realista del cinema iraniano più classico, Jalilvand impone un carattere netto alla narrazione, sin dalla scelta dei personaggi principali. Da una parte un medico, sposato con una collega, coppia benestante e impegnata in ruoli di responsabilità, dall’altra una famiglia di gente che vive alla giornata. Il caso li costringe ad incontrarsi in una circostanza che annulla ogni distanza fra loro, se non nelle forme e sul piano sociale, certamente su quello umano. Così all’angosciata ricerca notturna che il medico compie con il computer, nello studio ordinato della sua casa borghese, per fugare o confermare il sospetto della propria colpa, corrisponde il grido del padre che si sa responsabile, fra i detriti di una discarica. Il primo, consapevole di essere nella posizione di chi ha tutto da perdere in fatto di status sociale e rispettabilità, si avvicina interiormente a chi ha già perso tutto. E, benché ciascuno abbia la propria distinta parte di responsabilità nel dramma che li accomuna, gli atti dell’uno sono in qualche modo la causa dell’agire dell’altro.

La narrazione è costruita sull’accostamento di opposti: la riflessiva pacatezza del medico/le reazioni sanguigne di Moosa, la cucina linda dellail dubbio 5 casa dei professionisti/le pessime pareti di blocchi della casa in cui vive l’altra famiglia, i corridoi vuoti e silenziosi dell’ospedale/gli ambiti affollati del Tribunale. Le due protagoniste femminili, eccezionali entrambe, non sfuggono a questo gioco di contrapposizioni: razionale e fredda l’una quanto l’altra è ingenua e irruente, sono lo specchio che rende palpabili ed espliciti i sentimenti che attraversano gli uomini che hanno sposato.

Spezza il gioco degli opposti il senso vero del film, che spiazza lo spettatore negando la contrapposizione, il bianco/nero, la verità assoluta che si fa largo rispetto alla menzogna. Assistiamo ad un’assunzione di responsabilità che ci appare gratuita ed è invece il punto di arrivo del travaglio interiore del professionista e dell’uomo. Osserviamo colpe, responsabilità, omissioni da ogni parte, l’arrovellarsi per il bisogno di capire e il tarlo del dubbio, che è motore di tutto. Il dubbio, la consapevolezza del proprio limite e l’ansia di andare oltre ad esso, indagando e riflettendo senza accontentarsi della verità più utile e appagante, talora cedendo all’altrettanto umano bisogno di assolversi, di scaricare sul fato o sugli altri il fardello che ci sentiamo gravare sulla coscienza. Cosa c’è di più umano? Accogliamo il messaggio, per sgradevole e doloroso che sia, rinunciamo ad essere “le persone facili che non hanno dubbi mai” (Francesco De Gregori - Santa Lucia). Restiamo umani.

Ornella De Stefano

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