Restare umani

LE NOSTRE BATTAGLIE

TITOLO ORIGINALE: Nos Batailles

REGIA: Guillaume Senez

SCENEGGIATURA: Guillaume Senez, Raphaëlle Desplechin-Valbrune

FOTOGRAFIA: Elin Kirschfink

SCENOGRAFIA: Florin Dima

COSTUMI: Julie Lebrun

MONTAGGIO: Julie Brenta

CAST: Romain Duris (Olivier Vallet), Lucie Debay (Laura Vallet), Laure Calamy (Claire), Laetitia Dosch (Betty), Basile Grunberger (Elliot),  Lena Girard Voss (Rose), Dominique Valadié (Joëlle), Sarah Le Picard (Agathe), Robbas Biassi-Biassi (Ispettore del lavoro), Nadia Vonderheyden (La psichiatra infantile), Cedric Vieira (Paul)

PRODUZIONE: Iota Production, Les Films Pelléas, in coproduzione con Savage Film

DISTRIBUZIONE: Parthénos

Belgio\Francia, 2018

DURATA: 98'

RICONOSCIMENTI

Festival di Cannes 2018: Proiezione speciale 57. Settimana della Critica

Torino Film Festival 2018: Premio del Pubblico, Premio “Cipputi”, Premio Interfedi - VI edizione

Magritte du Cinéma 2019: Premio per miglior film e miglior regia

Le nostre battaglie locLa crisi economica. Un operaio impegnato a difendere i propri diritti in un mondo del lavoro sempre più globalizzato e escludente. Una casalinga schiacciata dall’insoddisfazione, dalla solitudine, dalla difficoltà di fare quadrare il quotidiano. Due bambini travolti dall’insostenibilità della vita degli adulti.

Olivier (uno splendido Romain Duris, candidato al Premio César come migliore attore protagonista) non solo è costretto a difendere il posto di lavoro e la dignità di questo, ma persegue anche l’impegno sindacale, seguendo l’esempio del padre. È un torto? È troppo fragile quell’armonia familiare, fatta di tempo, dedizione e condivisione, traballante come un castello di carte di fronte alla difficoltà di arrivare alla fine del mese? Ma “dal lavoro non ci si può redimere” ha scritto qualcuno.

E perché non ci sentiamo, insieme a Guillaume Senez e ai protagonisti della sua storia, di giudicare Laura, che decide di fare crollare quel castello di carte, fuggendo senza lasciare alcuna traccia di sé, compiendo la scelta socialmente più esecrabile per una madre: abbandonare i figli?

Assumersi, spesso in solitudine, il carico della quotidianità della vita familiare, in tutta la sua fatica e ripetitività, può diventare giorno dopo giorno comprensibilmente insostenibile davanti alla precarietà e all’incertezza economica. Effetto della crisi è anche l’implosione dei rapporti personali e familiari.

Ma Olivier può affrontare la sua nuova condizione trovando un equilibrio tra lavoro e accudimento familiare? Potrà contare sulla solidarietà dei suoi compagni? E su quella della sua famiglia, che era stata già attraversata dall’assenza di un padre troppo impegnato nel sindacato?

Una vita stravolta. All’improvviso Olivier si trova solo, a dover badare a due bambini di cui sa poco, mandare avanti la vita quotidiana, la scuola, le pulizie di casa, la spesa, il pranzo e la cena. Ma anche i rapporti con il passato e la sua famiglia che riemergono nel momento in cui chiede solidarietà e supporto, e quelli sul lavoro: i problemi dei suoi compagni, la nuova alienazione di un lavoro spersonalizzato in cui il digitale si impone sul materiale e di un sindacato che non riesce più a stare al passo di un capitalismo profondamente trasformato.

Una tragedia, ma anche una straordinaria opportunità di guardarsi dentro, di capire i propri errori, di ristabilire priorità, di reinventarsi come uomo. Trovare un equilibrio tra la solidarietà militante e la cura degli affetti (chi dei nostri soci ricorda il bellissimo In un mondo migliore di Susanne Bier?), imparare ad ascoltare chi ti sta vicino e condividere le ansie e le difficoltà, imparare a chiedere aiuto e a guardare il proprio passato con occhi diversi, imparare a conoscere i propri figli per sostenerli e goderne appieno l’affetto e la complicità.

Le nostre battaglie 5Un percorso difficile, guardare alla propria “umanità” senza farsi sopraffare dall’odio, dalle recriminazioni, dall’impotenza.

Un percorso lungo il quale Senez ne Le nostre battaglie ci accompagna con uno stile asciutto ma empatico, che ricorda quello dei fratelli Dardenne, ma al contempo molto personale, scegliendo un modo originale per analizzare questi nostri anni oscuri ed equilibri esistenziali messi a dura prova.

E lo fa utilizzando un dispositivo leggero, una macchina da presa a spalla che segue l’azione e lascia una “naturale” libertà agli attori, con i quali “trova” sequenza per sequenza la giusta costruzione dei dialoghi - e ciò rende anche più facile e credibile il lavoro con i bambini -, non inducendo in toni didascalici e non enfatizzando i sentimenti attraverso la musica, a cui affida un ruolo diegetico nella scena in cui i protagonisti danzano sulle note nostalgiche di Le paradis blanc di Michel Berger, perché fanno fatica a dirsi le cose e a volte basta semplicemente ballare per sentirsi bene.

E lo fa a partire da una prospettiva evidentemente per lui centrale che è quella della paternità, che aveva già affrontato in Keeper, il suo primo lungometraggio vincitore del Torino Film Festival nel 2015, purtroppo mai arrivato in Italia. Olivier è chiamato a ridefinirsi come individuo proprio a partire dalla ricostruzione del rapporto con i suoi figli e dal rapporto con i suoi compagni di lavoro (ma, in fondo, non vive anche quello come un ruolo quasi “paterno”?).

“Battaglie” quotidiane, un senso conflittuale dei rapporti familiari e del lavoro, sempre più spesso richiamato nei titoli di molti film di questi anni (Le nostre battaglie, appunto, La battaglia di Solferino, In guerra, La guerra è dichiarata, etc.), che sottendono nell’idea di guerra un’attenzione a questi temi propri della cinematografia di area francofona, ma estensibile, anche con sensibilità e forme narrative diverse, ad un malessere “esploso”, che evidentemente affligge l’Europa dei nostri giorni.

Lidia Liotta

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